Primo periodo all’estero: guida di sopravvivenza per chi parte (e per chi resta a casa)
I primi giorni di un semestre o anno all’estero possono essere difficili, ed è del tutto normale che lo siano. C’è una casa nuova da imparare a conoscere, una scuola diversa, una lingua che all’inizio sembra correre più veloce di te. Verso il decimo giorno, di solito, si sente un po’ di più la fatica di tutto questo. Poi passa, e passa più in fretta di quanto sembri in quel momento: lo dicono tutti quelli che ci sono già passati, e di solito hanno ragione.
Succede lo stesso, dall’altra parte, a chi resta a casa, con qualche giorno in cui il telefono si controlla un po’ più del solito, e un pizzico di disorientamento che è altrettanto normale per un genitore.
Le prime settimane sono la fase più intensa del programma. Ma sono anche quelle che, a distanza di qualche mese, quasi tutti ricordano con un sorriso: è lì che si impara di più, ed è lì che comincia davvero tutto il resto. Abbiamo creato questa guida, divisa in due parti, proprio per supportarti in questo primo periodo. La prima parte è dedicata ai ragazzi, la seconda ai genitori.
La guida per i ragazzi
Le prime settimane richiedono energia, ed è normale sentirle pesanti. Quello che nessuno ti dice è quanto si alleggeriscono in fretta. Ecco qualche consiglio per attraversarle al meglio.

Il primo giorno è imbarazzante. E poi migliora
Il primo giorno con la famiglia ospitante può essere imbarazzante. Ci si guarda, non si sa bene cosa dirsi, magari a cena cala un silenzio che sembra durare un’ora. È normalissimo, ed è lo stesso silenzio che capiterebbe con chiunque, il primo giorno, in qualunque contesto. Se ti mette a disagio, un modo semplice per romperlo è fare domande su di loro invece che parlare di te, tipo come si sono conosciuti, qual è il piatto che preparano più spesso, cosa fanno di solito nel weekend. Oppure offriti di dare una mano ad apparecchiare o a lavare i piatti, fare qualcosa insieme scioglie l’imbarazzo più di qualsiasi conversazione. La confidenza vera arriva con le settimane, e tra un mese quella cena silenziosa sarà solo un ricordo buffo da raccontare.
La nostalgia arriva, e se ne va
Succede di solito quando meno te lo aspetti, durante un pranzo qualunque, guardando una foto del cane, o semplicemente di lunedì, senza un motivo preciso. È un segnale che stai vivendo l’esperienza fino in fondo, non che qualcosa sia andato storto. Parlane con la famiglia ospitante o con il tuo referente MB invece di tenertelo dentro, aiuta a farla sciogliere. Nell’immediato funziona anche una cosa più semplice: alzati e fai qualcosa, una passeggiata, una doccia, due chiacchiere con chi hai vicino. Restare lì a rimuginarci sopra è quello che fa ingigantire tutto. Imparare a gestirla, comunque, è una delle cose di cui ti ricorderai con più orgoglio, una volta finito il programma.
La lingua sembra un muro. Dura poco
Le prime settimane in un’altra lingua sono faticose in un modo che nessuno ti aveva spiegato bene. Capisci a metà, ti stanchi solo a seguire una conversazione a tavola, a volte fingi di aver capito pur di non chiedere per la terza volta. Smetti di tradurre parola per parola nella testa, guarda la tv locale anche se all’inizio sembra tutto un rumore confuso, e chiedi pure di ripetere quando serve. Sono le cose che aiutano di più a prendere confidenza. Se durante una conversazione ti blocca una parola, non uscirne in silenzio, chiedi di scriverla, o cercala al volo sul telefono. Prendere questa abitudine toglie l’ansia molto più in fretta che aspettare di capire tutto senza chiedere aiuto, e nel giro di qualche settimana capirai molto di più di quanto pensi adesso.
Il consiglio più noioso di questa guida (ed è quello giusto)
Datti una routine, il prima possibile. Un orario fisso per la sveglia, un’attività dopo scuola, un giorno della settimana che è sempre uguale a se stesso. Sembra banale detto così, ma è quello che trasforma davvero un posto sconosciuto in casa tua.
Il telefono è un ponte, non una tana
Nei momenti no, la tentazione è chiamare casa e restare al telefono un’ora. Capita, ma occhio, più senti casa, più casa ti manca. Meglio un appuntamento fisso, una o due volte a settimana, e per il resto lasciarsi assorbire da quello che si ha intorno. Sembra controintuitivo, ma funziona: più ti concentri su quello che hai vicino, prima quel posto comincia a sembrarti tuo.
Il trucco più semplice: di’ sempre sì
C’è un consiglio che vale più di tutti gli altri: buttati, e di’ sempre sì a quello che ti viene proposto. Alla gita organizzata dalla scuola, all’allenamento della squadra locale, all’invito di qualcuno che hai conosciuto solo una settimana prima. Funziona per due motivi: è il modo più veloce per farsi degli amici, e più impegni hai, meno tempo resta per pensare a casa.
Ne avevamo già parlato raccontando l’anno di Maria Costanza in Canada, che di questo consiglio ha fatto quasi una regola di vita: leggi la sua storia →
Un aiuto a portata di messaggio
Il vostro referente MB Scambi Culturali è lì per tutta la durata del programma, per qualsiasi dubbio grande o piccolo.
La guida per i genitori
Anche restare a casa richiede il suo adattamento. Le prime settimane dopo la partenza di un figlio o una figlia possono sembrare strane, con la casa più silenziosa del solito e il telefono controllato più spesso, ma è una fase che si supera in fretta, ed è anche il primo passo per vedere i ragazzi diventare più autonomi. Ecco come viverla bene.

Sentirti disorientato/a quanto tuo figlio? Normale, e passa
Non sei l’unico o l’unica a passare le prime notti a fissare il soffitto chiedendoti se stia andando tutto bene. È la versione adulta della stessa nostalgia che sta vivendo chi è partito in quel momento, solo che di questa fase, di solito, nessuno parla a chi resta a casa. Se conosci altri genitori con un figlio o una figlia partiti nello stesso periodo, scrivi a qualcuno di loro, sapere di non essere il solo o la sola ad avere quella sensazione, in tempo reale, aiuta più di quanto pensi. Ed è una fase che, come per loro, dura meno di quanto sembri in questo momento.
Quanto sentirti con tuo figlio? Meno di quanto verrebbe naturale
L’istinto è chiamare il più possibile. Comprensibile, ma spesso ha l’effetto opposto, ogni telefonata lunga riporta a galla proprio la nostalgia che si sta cercando di superare. Mettiti d’accordo con lui o lei su un appuntamento fisso, una videochiamata a settimana per dire, e per il resto lascia che l’esperienza faccia il suo corso. È un atto di fiducia, non di distanza, e i risultati si vedono già dopo qualche settimana.
Come riconoscere quando serve davvero una mano in più
Qualche lacrima durante una videochiamata, nelle prime settimane, rientra tranquillamente nella norma. Capita quasi a tutti, ed è già passato al momento della chiamata successiva. Diverso è se, passato un mese buono, le cose non migliorano affatto, e chi è partito non vuole più andare a scuola, si isola, perde interesse per tutto. Succede raramente, ma se succede è il momento di chiamare il referente del programma. Sapere a chi rivolgersi toglie un pensiero, non aggiunge un problema.
Essere un punto fermo, non una via di fuga
C’è una cosa a cui pochi pensano. Frasi come «se non ce la fai torna pure», dette nel momento più duro e con le migliori intenzioni del mondo, possono involontariamente dare il permesso di mollare proprio mentre si sta per farcela. Meglio qualcosa come «capisco che sia difficile, e sono fiero/a di come lo stai affrontando», che rassicura comunque, ma senza offrire una via d’uscita. Ascoltare e rassicurare va benissimo, meglio ancora se lo fai ricordando, a te stesso/a prima ancora che a lui o lei, che le settimane difficili sono quasi sempre il preludio a quelle belle. Quelle di cui poi si parlerà per anni.
La parte più dura? Il ritorno
Chiedilo a Carla e Alessandro, che dopo un semestre in Canada e un anno negli Stati Uniti raccontano un’esperienza fantastica. Per loro, la parte più difficile non sono stati i primi mesi. È stato tornare a casa.
Vale per chi è partito e per chi è rimasto a casa: le prime settimane sono la parte più impegnativa, ma sono anche quelle che si raccontano di più, quelle che, viste da lontano, valgono ogni momento difficile. Tra qualche mese sembrerà tutto molto più semplice di adesso. E probabilmente, in un modo strano, ti mancherà anche un po’.
Le domande più frequenti sul primo periodo all’estero
Quanto dura l’ambientamento in un anno o un semestre all’estero?
Le prime 4-6 settimane sono quelle più impegnative, per la maggior parte degli studenti. Dopo, quasi sempre, si mette tutto in discesa.
È normale avere nostalgia di casa nei primi giorni all’estero?
Sì, è tra le cose più comuni che si vivono partendo per un anno o un semestre all’estero. Non vuol dire che l’esperienza stia andando male. Anzi, è quasi sempre un buon segno di quanto ci si sta mettendo in gioco.
Quante volte è meglio sentirsi con un figlio o una figlia all’estero nei primi mesi?
Meno di quanto verrebbe naturale. Un appuntamento fisso, una o due volte a settimana, funziona meglio di contatti continui. Aiuta l’ambientamento invece di rallentarlo.
Quando è il caso di preoccuparsi seriamente?
Se il disagio non migliora dopo un mese, o compaiono segnali come il rifiuto di andare a scuola o un isolamento marcato, è il momento di parlarne con il referente del programma. Sono casi rari, ma affrontarli presto fa la differenza.
Ancora in dubbio?
Parlarne con chi accompagna ragazzi e famiglie in questo percorso da 40 anni aiuta a partire più preparati e più tranquilli.



I momenti che i ragazzi ricordano come i più significativi quasi mai erano previsti prima della partenza. Non sono nella lista di cose “da fare” scritta prima di partire. Arrivano da un’attività proposta all’ultimo, da un invito inaspettato, da una comunità incontrata per vie indirette, magari attraverso la propria host family, come è successo a Maria Costanza con la comunità filippina della sua host mum.
Per Carla il sogno veniva da lontano: «Volevo partire da quando ero piccola. Vedevo i video delle ragazze che partivano per l’America o il Canada e mi sembrava un sogno. Volevo mettermi alla prova, imparare l’inglese e vedere posti nuovi». Cresciuta in Sardegna, sentiva il bisogno di allargare i propri orizzonti.
La host family è spesso il cuore dell’esperienza. Carla è stata accolta come una figlia, in una casa piena di vita: due sorelle ospitanti, un fratello e persino una nonna sempre presente. «Li considero una seconda famiglia: vogliono venire a trovarmi in Italia e io non vedo l’ora di tornare in Canada». Ma è lei stessa a ricordare che non è solo questione di fortuna: «La mia famiglia mi ha raccontato che con una ragazza, prima di me, non era andata benissimo. Capita: bisogna mettersi in gioco e dare il massimo». Anche Alessandro è finito in una famiglia calorosa: «Per fortuna sono capitato molto bene, erano tutti gentilissimi. Uscivo con i miei due fratelli e i loro amici, così mi sono ambientato in fretta».
La preoccupazione numero uno, quasi sempre, è la lingua. Ma i progressi arrivano più in fretta di quanto si creda. Alessandro: «All’inizio capivo più di quanto parlassi. Dopo un mese facevo conversazioni tranquillamente; dopo tre o quattro mesi pensavo anche in inglese». Carla ricorda un primo mese di “capivo e non capivo”, poi la svolta: «Intorno al terzo mese ho iniziato a sognare in inglese». Il suo consiglio più prezioso riguarda la paura di sbagliare: «L’accento ce l’abbiamo tutti, l’importante è farsi capire».
C’è un aspetto di cui si parla poco, e che Carla affronta con grande onestà:
Anche chi ha un ottimo livello d’inglese (o francese, spagnolo, tedesco) a scuola, spesso arriva a destinazione e pensa: “qui parlano troppo veloce, non ci sto dietro”. È normalissimo. La lingua che ci insegnano a scuola e la lingua del posto, quella parlata in famiglia o tra ragazzi con gli slang, sono due cose diverse. Ma la buona notizia è che la 



La Nuova Zelanda: quando qui è inverno, là è estate
boarding school, inglese americano full immersion.
Le scuole superiori americane (high school) coprono quattro anni, dal grado 9 al grado 12. Gli studenti stranieri vengono inseriti nella classe corrispondente alla loro età.
La host family è spesso uno degli aspetti più significativi e indimenticabili dell’esperienza. Non rappresenta semplicemente un alloggio, ma una vera immersione nella cultura americana: il luogo in cui si vivono le abitudini quotidiane, si affinano naturalmente le competenze linguistiche e si scoprono da vicino i valori e lo stile di vita della società americana.






