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Primo periodo all’estero: guida di sopravvivenza per chi parte (e per chi resta a casa)

31 Agosto 2026, Carlotta Buratti

Aggiornato il 31 Agosto 2026

I primi giorni di un semestre o anno all’estero possono essere difficili, ed è del tutto normale che lo siano. C’è una casa nuova da imparare a conoscere, una scuola diversa, una lingua che all’inizio sembra correre più veloce di te. Verso il decimo giorno, di solito, si sente un po’ di più la fatica di tutto questo. Poi passa, e passa più in fretta di quanto sembri in quel momento: lo dicono tutti quelli che ci sono già passati, e di solito hanno ragione.

Succede lo stesso, dall’altra parte, a chi resta a casa, con qualche giorno in cui il telefono si controlla un po’ più del solito, e un pizzico di disorientamento che è altrettanto normale per un genitore.

Le prime settimane sono la fase più intensa del programma. Ma sono anche quelle che, a distanza di qualche mese, quasi tutti ricordano con un sorriso: è lì che si impara di più, ed è lì che comincia davvero tutto il resto. Abbiamo creato questa guida, divisa in due parti, proprio per supportarti in questo primo periodo. La prima parte è dedicata ai ragazzi, la seconda ai genitori.

La guida per i ragazzi

Le prime settimane richiedono energia, ed è normale sentirle pesanti. Quello che nessuno ti dice è quanto si alleggeriscono in fretta. Ecco qualche consiglio per attraversarle al meglio.

Gruppo di studenti anno all'estero

Il primo giorno è imbarazzante. E poi migliora

Il primo giorno con la famiglia ospitante può essere imbarazzante. Ci si guarda, non si sa bene cosa dirsi, magari a cena cala un silenzio che sembra durare un’ora. È normalissimo, ed è lo stesso silenzio che capiterebbe con chiunque, il primo giorno, in qualunque contesto. Se ti mette a disagio, un modo semplice per romperlo è fare domande su di loro invece che parlare di te, tipo come si sono conosciuti, qual è il piatto che preparano più spesso, cosa fanno di solito nel weekend. Oppure offriti di dare una mano ad apparecchiare o a lavare i piatti, fare qualcosa insieme scioglie l’imbarazzo più di qualsiasi conversazione. La confidenza vera arriva con le settimane, e tra un mese quella cena silenziosa sarà solo un ricordo buffo da raccontare.

La nostalgia arriva, e se ne va

Succede di solito quando meno te lo aspetti, durante un pranzo qualunque, guardando una foto del cane, o semplicemente di lunedì, senza un motivo preciso. È un segnale che stai vivendo l’esperienza fino in fondo, non che qualcosa sia andato storto. Parlane con la famiglia ospitante o con il tuo referente MB invece di tenertelo dentro, aiuta a farla sciogliere. Nell’immediato funziona anche una cosa più semplice: alzati e fai qualcosa, una passeggiata, una doccia, due chiacchiere con chi hai vicino. Restare lì a rimuginarci sopra è quello che fa ingigantire tutto. Imparare a gestirla, comunque, è una delle cose di cui ti ricorderai con più orgoglio, una volta finito il programma.

La lingua sembra un muro. Dura poco

Le prime settimane in un’altra lingua sono faticose in un modo che nessuno ti aveva spiegato bene. Capisci a metà, ti stanchi solo a seguire una conversazione a tavola, a volte fingi di aver capito pur di non chiedere per la terza volta. Smetti di tradurre parola per parola nella testa, guarda la tv locale anche se all’inizio sembra tutto un rumore confuso, e chiedi pure di ripetere quando serve. Sono le cose che aiutano di più a prendere confidenza. Se durante una conversazione ti blocca una parola, non uscirne in silenzio, chiedi di scriverla, o cercala al volo sul telefono. Prendere questa abitudine toglie l’ansia molto più in fretta che aspettare di capire tutto senza chiedere aiuto, e nel giro di qualche settimana capirai molto di più di quanto pensi adesso.

Il consiglio più noioso di questa guida (ed è quello giusto)

Datti una routine, il prima possibile. Un orario fisso per la sveglia, un’attività dopo scuola, un giorno della settimana che è sempre uguale a se stesso. Sembra banale detto così, ma è quello che trasforma davvero un posto sconosciuto in casa tua.

Il telefono è un ponte, non una tana

Nei momenti no, la tentazione è chiamare casa e restare al telefono un’ora. Capita, ma occhio, più senti casa, più casa ti manca. Meglio un appuntamento fisso, una o due volte a settimana, e per il resto lasciarsi assorbire da quello che si ha intorno. Sembra controintuitivo, ma funziona: più ti concentri su quello che hai vicino, prima quel posto comincia a sembrarti tuo.

Il trucco più semplice: di’ sempre sì

C’è un consiglio che vale più di tutti gli altri: buttati, e di’ sempre sì a quello che ti viene proposto. Alla gita organizzata dalla scuola, all’allenamento della squadra locale, all’invito di qualcuno che hai conosciuto solo una settimana prima. Funziona per due motivi: è il modo più veloce per farsi degli amici, e più impegni hai, meno tempo resta per pensare a casa.

Ne avevamo già parlato raccontando l’anno di Maria Costanza in Canada, che di questo consiglio ha fatto quasi una regola di vita: leggi la sua storia →

Un aiuto a portata di messaggio
Il vostro referente MB Scambi Culturali è lì per tutta la durata del programma, per qualsiasi dubbio grande o piccolo.

La guida per i genitori

Anche restare a casa richiede il suo adattamento. Le prime settimane dopo la partenza di un figlio o una figlia possono sembrare strane, con la casa più silenziosa del solito e il telefono controllato più spesso, ma è una fase che si supera in fretta, ed è anche il primo passo per vedere i ragazzi diventare più autonomi. Ecco come viverla bene.

Genitori exchange student in partenza

Sentirti disorientato/a quanto tuo figlio? Normale, e passa

Non sei l’unico o l’unica a passare le prime notti a fissare il soffitto chiedendoti se stia andando tutto bene. È la versione adulta della stessa nostalgia che sta vivendo chi è partito in quel momento, solo che di questa fase, di solito, nessuno parla a chi resta a casa. Se conosci altri genitori con un figlio o una figlia partiti nello stesso periodo, scrivi a qualcuno di loro, sapere di non essere il solo o la sola ad avere quella sensazione, in tempo reale, aiuta più di quanto pensi. Ed è una fase che, come per loro, dura meno di quanto sembri in questo momento.

Quanto sentirti con tuo figlio? Meno di quanto verrebbe naturale

L’istinto è chiamare il più possibile. Comprensibile, ma spesso ha l’effetto opposto, ogni telefonata lunga riporta a galla proprio la nostalgia che si sta cercando di superare. Mettiti d’accordo con lui o lei su un appuntamento fisso, una videochiamata a settimana per dire, e per il resto lascia che l’esperienza faccia il suo corso. È un atto di fiducia, non di distanza, e i risultati si vedono già dopo qualche settimana.

Come riconoscere quando serve davvero una mano in più

Qualche lacrima durante una videochiamata, nelle prime settimane, rientra tranquillamente nella norma. Capita quasi a tutti, ed è già passato al momento della chiamata successiva. Diverso è se, passato un mese buono, le cose non migliorano affatto, e chi è partito non vuole più andare a scuola, si isola, perde interesse per tutto. Succede raramente, ma se succede è il momento di chiamare il referente del programma. Sapere a chi rivolgersi toglie un pensiero, non aggiunge un problema.

Essere un punto fermo, non una via di fuga

C’è una cosa a cui pochi pensano. Frasi come «se non ce la fai torna pure», dette nel momento più duro e con le migliori intenzioni del mondo, possono involontariamente dare il permesso di mollare proprio mentre si sta per farcela. Meglio qualcosa come «capisco che sia difficile, e sono fiero/a di come lo stai affrontando», che rassicura comunque, ma senza offrire una via d’uscita. Ascoltare e rassicurare va benissimo, meglio ancora se lo fai ricordando, a te stesso/a prima ancora che a lui o lei, che le settimane difficili sono quasi sempre il preludio a quelle belle. Quelle di cui poi si parlerà per anni.

La parte più dura? Il ritorno
Chiedilo a Carla e Alessandro, che dopo un semestre in Canada e un anno negli Stati Uniti raccontano un’esperienza fantastica. Per loro, la parte più difficile non sono stati i primi mesi. È stato tornare a casa.

Leggi le loro storie →

Vale per chi è partito e per chi è rimasto a casa: le prime settimane sono la parte più impegnativa, ma sono anche quelle che si raccontano di più, quelle che, viste da lontano, valgono ogni momento difficile. Tra qualche mese sembrerà tutto molto più semplice di adesso. E probabilmente, in un modo strano, ti mancherà anche un po’.

Le domande più frequenti sul primo periodo all’estero

Quanto dura l’ambientamento in un anno o un semestre all’estero?

Le prime 4-6 settimane sono quelle più impegnative, per la maggior parte degli studenti. Dopo, quasi sempre, si mette tutto in discesa.

È normale avere nostalgia di casa nei primi giorni all’estero?

Sì, è tra le cose più comuni che si vivono partendo per un anno o un semestre all’estero. Non vuol dire che l’esperienza stia andando male. Anzi, è quasi sempre un buon segno di quanto ci si sta mettendo in gioco.

Quante volte è meglio sentirsi con un figlio o una figlia all’estero nei primi mesi?

Meno di quanto verrebbe naturale. Un appuntamento fisso, una o due volte a settimana, funziona meglio di contatti continui. Aiuta l’ambientamento invece di rallentarlo.

Quando è il caso di preoccuparsi seriamente?

Se il disagio non migliora dopo un mese, o compaiono segnali come il rifiuto di andare a scuola o un isolamento marcato, è il momento di parlarne con il referente del programma. Sono casi rari, ma affrontarli presto fa la differenza.

Ancora in dubbio?
Parlarne con chi accompagna ragazzi e famiglie in questo percorso da 40 anni aiuta a partire più preparati e più tranquilli.

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Anno o semestre all’estero: perché dire sempre sì è la strategia vincente

18 Agosto 2026, Carlotta Buratti

Aggiornato il 18 Agosto 2026

Cosa regali a una ragazza che, in un anno intero, non ha mai trovato un motivo per dire di no? La sua host family canadese la risposta l’aveva già pronta: una felpa gialla, per il compleanno. In tema con il soprannome che le avevano affibbiato dopo poche settimane, “Yellow Line”. Parliamo di Maria Costanza, una delle nostre ragazze partite per il Canada: quel soprannome le è rimasto addosso perché non si fermava mai, un po’ come le linee gialle che corrono ininterrotte al centro delle strade canadesi.

Se dovessimo dare un solo consiglio a chi sta per partire per un anno o un semestre all’estero, sarebbe questo: di’ sempre sì. A qualsiasi cosa venga proposta, anche quando non ne hai voglia, anche quando non sai bene cosa aspettarti, anche quando significa uscire dalla tua zona di comfort. Non è un modo di dire. È, molto concretamente, quello che distingue un’esperienza vissuta a metà da un’esperienza vissuta fino in fondo.

Lo vediamo ogni anno, con centinaia di ragazzi e ragazze diversi tra loro per carattere, destinazione, età. Chi torna raccontando l’anno più bello della propria vita, quasi sempre, è chi a un certo punto ha smesso di chiedersi “e se non fa per me?” e ha iniziato a chiedersi “perché no?”.

Trovi altre risposte utili nelle domande frequenti qui sotto:

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La storia di Maria Costanza in Canada

Maria Costanza è cresciuta in città. Quando è partita per il suo anno all’estero ha scelto di vivere in una zona rurale della Nova Scotia, in Canada, lontana da tutto quello a cui era abituata. Una scelta che avrebbe potuto vivere come una privazione. L’ha invece riempita di esperienze nuove, una via l’altra.

Ha detto sì a un programma con i cadetti dell’aeronautica, arrivando a pilotare lei stessa un aereo: qualcosa che di certo non era nella lista delle cose “da fare” quando è partita. Ha detto sì all’invito a frequentare, attraverso la chiesa della sua host mum, la comunità filippina della zona, entrando a farne parte come una di loro. E ha detto sì al volontariato come maestra di sci per bambini, che le ha regalato mesi interi, quasi ogni giorno, sulle piste.

Città diversa, aereo, chiesa, montagna. Sono tutti pezzi della stessa identica scelta, ripetuta ogni volta che si è presentata un’occasione. Ed è per questo che la sua host family l’ha soprannominata “Yellow Line”, regalandole poi quella felpa gialla per il compleanno: perché, tra un impegno e l’altro, non si fermava mai.

Perché dire sì funziona meglio di qualsiasi destinazione “comoda”

Partire per un anno o un semestre all’estero significa entrare in un contesto dove tutto è nuovo. Una scuola, una famiglia, delle abitudini. A volte anche una lingua. In questo scenario, il rischio più grande non è sbagliare qualcosa. È restare troppo cauti, aspettare di sentirsi pronti prima di buttarsi, e lasciarsi scappare le occasioni che si presentano una volta sola.

Dire sì funziona come un allenamento. Ogni proposta accettata, anche la più piccola, allarga un po’ la tua zona di comfort. E più quella zona si allarga, più diventa facile accettare la proposta successiva. Quella più grande, quella che magari all’inizio dell’anno ti avrebbe spaventato.

Vale anche per la scelta della destinazione. Un errore comune è pensare che l’esperienza sarà più semplice scegliendo un contesto che somiglia a quello di casa: una grande città, una scuola simile alla propria, un posto dove ci si sente subito “al sicuro”. Vale per qualsiasi destinazione, dagli Stati Uniti al Canada. Spesso è vero il contrario: più il contesto è diverso da quello a cui sei abituato, più occasioni hai di metterti alla prova, proprio come ha fatto Maria Costanza scegliendo la Nova Scotia invece di una città.

Le occasioni migliori arrivano dalle persone, non si pianificano

I momenti che i ragazzi ricordano come i più significativi quasi mai erano previsti prima della partenza. Non sono nella lista di cose “da fare” scritta prima di partire. Arrivano da un’attività proposta all’ultimo, da un invito inaspettato, da una comunità incontrata per vie indirette, magari attraverso la propria host family, come è successo a Maria Costanza con la comunità filippina della sua host mum.

Dire sì, in questi casi, non riguarda solo attività o sport: riguarda le persone che si incontrano lungo la strada, ed è lì che si gioca gran parte dell’adattamento culturale. Lo stesso vale per le proprie passioni. Un anno o semestre all’estero è il momento giusto per portarle avanti con più tempo e meno vincoli, magari trasformandole in un impegno quotidiano invece che in un hobby occasionale, come ha fatto lei passando da un interesse per lo sci a mesi interi sulle piste come maestra volontaria.

In sintesi

  • Dire sempre sì a quello che ti viene proposto, anche quando significa uscire dalla tua zona di comfort, è il fattore che incide di più sulla qualità di un anno o semestre all’estero.
  • Non serve scegliere la destinazione più familiare: un contesto molto diverso da casa offre in genere più occasioni di crescita personale.
  • Le esperienze più memorabili — un programma con i cadetti, una comunità locale, un volontariato — quasi mai si pianificano in anticipo.

 

Domande frequenti

Conviene scegliere una destinazione rurale o una grande città per l’anno all’estero?

Non esiste una risposta valida per tutti, ma un contesto molto diverso da quello di casa offre in genere più occasioni di mettersi alla prova. Molti studenti che scelgono zone rurali, come Maria Costanza in Nova Scotia, accedono ad attività difficilmente disponibili in città: programmi con i cadetti, volontariato sportivo, comunità locali molto coese.

Cosa si può fare durante un anno scolastico in Canada oltre alla scuola?

Le scuole superiori canadesi offrono un’ampia gamma di attività extracurricolari: sport invernali, volontariato, programmi con i cadetti dell’aeronautica, attività legate alle comunità locali. La maggior parte di queste opportunità non è pianificabile prima della partenza e nasce dal contesto della host family e della scuola ospitante.

Come si sceglie tra anno intero e semestre all’estero?

Il semestre è indicato per chi ha vincoli scolastici o familiari e vuole comunque un’immersione reale. L’anno intero permette di completare un ciclo scolastico all’estero, consolidare la lingua e costruire relazioni più profonde.

 

Cosa portarsi a casa

La sua storia non è un’eccezione isolata: è lo schema che vediamo ripetersi ogni anno, con varianti diverse, in ragazzi diversi. Chi accetta di uscire dalla propria zona di comfort, chi non si tira indietro davanti a un invito o un’occasione, e chi non si pone troppi limiti su cosa “si fa” durante un anno all’estero, torna sempre con una crescita personale più grande rispetto a chi ha vissuto l’esperienza in modo più cauto.

Se sei un ragazzo o una ragazza delle superiori e stai valutando un anno o un semestre all’estero, o se sei un genitore che si sta chiedendo cosa consigliare, questo è probabilmente il punto più importante da tenere a mente: la qualità dell’esperienza dipende meno dalla destinazione e più da quante volte, durante l’anno, si decide di dire sì.

Vuoi vivere anche tu un’esperienza così?

La storia di Maria Costanza nasce da una scelta fatta al momento giusto, con il supporto di MB Scambi Culturali in ogni fase: dalla scelta del programma e della destinazione al rapporto con la scuola italiana, fino all’assistenza durante il soggiorno.

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