Un semestre in Canada e un anno negli Stati Uniti: le storie di Carla e Alessandro
27 Luglio 2026
Aggiornato il 27 Luglio 2026
Ci sono esperienze che si raccontano meglio con le parole di chi le ha vissute davvero. Carla e Alessandro sono appena rientrati dal loro periodo all’estero: lei ha fatto il secondo semestre in Canada, sull’isola di Vancouver; lui un anno intero a Henderson, in Nevada, a due passi da Las Vegas.
Due percorsi diversi in quasi tutto — semestre e anno intero, Canada e Stati Uniti, una ragazza che partiva timidissima e un ragazzo che non vedeva l’ora di andare — ma arrivati alla stessa conclusione: è stata l’esperienza più importante della loro vita finora.
Se sei uno studente di seconda o terza superiore e sogni di partire ma non sai ancora se farlo, le loro storie rispondono probabilmente alle domande che ti stai facendo proprio adesso. E se a nutrire qualche dubbio sono i tuoi genitori, più avanti trovi anche i consigli che Carla e Alessandro riservano proprio a loro.
Perché sono partiti
Per Carla il sogno veniva da lontano: «Volevo partire da quando ero piccola. Vedevo i video delle ragazze che partivano per l’America o il Canada e mi sembrava un sogno. Volevo mettermi alla prova, imparare l’inglese e vedere posti nuovi». Cresciuta in Sardegna, sentiva il bisogno di allargare i propri orizzonti.
Anche Alessandro coltivava quel desiderio da sempre: «Volevo scoprire com’è il mondo, quanto è diverso. E volevo vivere la vita americana da teenager, quella che si vede nei film — ma con i miei occhi».
Le paure prima di partire (le loro e quelle dei genitori)
Avere paura prima di partire è del tutto normale, e nessuno dei due faceva eccezione — anche se per motivi diversi. Per Carla la paura più grande era doppia, la lingua e la famiglia ospitante: «Sapevo l’inglese, ma non lo parlavo con tranquillità, avevo paura di esprimermi. E avevo sentito storie di ragazze che non si erano trovate bene con la famiglia». Alessandro invece era combattuto all’idea di lasciare gli amici e di veder scorrere la vita in Italia senza di lui: «Ma è una cosa che metti in conto».
Anche le due famiglie sono partite da punti diversi. I genitori di Carla erano titubanti — il liceo classico impegnativo, la distanza — ma la sorella maggiore aveva già vissuto un’esperienza simile, e alla fine si sono convinti, tanto da andarla a trovare in Canada. Quelli di Alessandro se lo aspettavano da tempo: «Erano contenti per me, un po’ spaventati perché non mi avrebbero visto per un anno. Ma sapevano che mi sarei adattato».
I primi giorni: lo spaesamento e il coraggio di buttarsi
I primi giorni sono i più intensi. A scuola Alessandro restò in silenzio un paio di giorni, poi si sbloccò di colpo: «I primi due giorni non ho parlato con nessuno. Dal terzo ho pensato: o ora o mai più». Carla ebbe un momento di nostalgia appena arrivata, prima che iniziassero le lezioni, ma non pensò mai di tornare indietro: «Sentire la mancanza di casa è normalissimo, anzi sarebbe strano il contrario. Ma bisogna riempirsi di persone con cui parlare, soprattutto gli altri exchange student, che vivono la tua stessa esperienza».
Da qui nasce il consiglio che entrambi ripetono come un mantra: bisogna buttarsi.
«I canadesi non saranno i primi a parlarti: devi essere tu a farlo. Ma sono gentilissimi, e se ti apri ti invitano ovunque. Il segreto è non restare in camera col telefono, ma uscire, proporre, fare domande alla famiglia.» — Carla
La famiglia ospitante: una seconda famiglia
La host family è spesso il cuore dell’esperienza. Carla è stata accolta come una figlia, in una casa piena di vita: due sorelle ospitanti, un fratello e persino una nonna sempre presente. «Li considero una seconda famiglia: vogliono venire a trovarmi in Italia e io non vedo l’ora di tornare in Canada». Ma è lei stessa a ricordare che non è solo questione di fortuna: «La mia famiglia mi ha raccontato che con una ragazza, prima di me, non era andata benissimo. Capita: bisogna mettersi in gioco e dare il massimo». Anche Alessandro è finito in una famiglia calorosa: «Per fortuna sono capitato molto bene, erano tutti gentilissimi. Uscivo con i miei due fratelli e i loro amici, così mi sono ambientato in fretta».
Sport e amicizie: la chiave per integrarsi
Se c’è un consiglio pratico che emerge da entrambi i racconti, è uno solo: fai sport. È il modo più naturale per stringere amicizie e riempire le giornate. Carla si è lanciata in discipline che in Italia non aveva mai provato — vela, calcio, rugby, perfino il pickleball: «Le amicizie con le ragazze canadesi le ho fatte grazie allo sport. E la vela è stata una scoperta: non l’avevo mai fatta, e in due settimane guidavo la barca. Sono pure arrivata seconda in gara». Per Alessandro il calcio, il suo sport, è stato il primo ponte verso il gruppo: «All’inizio la squadra è stata il mio primo gruppo di amici, a pranzo stavo sempre con loro». Poi sono arrivate la palestra in inverno e la pallavolo in primavera.
La lingua: dal «capivo e non capivo» al sognare in inglese
La preoccupazione numero uno, quasi sempre, è la lingua. Ma i progressi arrivano più in fretta di quanto si creda. Alessandro: «All’inizio capivo più di quanto parlassi. Dopo un mese facevo conversazioni tranquillamente; dopo tre o quattro mesi pensavo anche in inglese». Carla ricorda un primo mese di “capivo e non capivo”, poi la svolta: «Intorno al terzo mese ho iniziato a sognare in inglese». Il suo consiglio più prezioso riguarda la paura di sbagliare: «L’accento ce l’abbiamo tutti, l’importante è farsi capire».
E un avvertimento che vale oro: evitare i gruppi di soli italiani. «Se ci sono troppi italiani si rimane tra di loro e non si parla inglese: io con la mia amica italiana avevamo deciso di parlarci in inglese lo stesso».
Come sono cambiati
Quanto cambia davvero un’esperienza così? È la domanda che si fanno tutti, i ragazzi per primi. E le risposte sorprendono. Carla era partita descrivendosi come «molto, molto timida e introversa» — uno dei motivi delle esitazioni dei suoi genitori — ed è tornata un’altra persona:
«Sono tornata una ragazza completamente diversa. Sono cresciuta tantissimo, sono maturata, e sono fiera di come mi sono approcciata alle persone. Non è scontato diventare estroversi: bisogna mettersi in gioco.» — Carla
Alessandro, che partiva già sicuro di sé, è cresciuto su un altro fronte: l’autonomia.
«Mi arrabbio molto di meno, sono più tranquillo. Gestisco le cose da solo, perché ho dovuto farlo per un anno. So come gestirmi, so chi sono.» — Alessandro
È una maturità fatta di cose concrete e quotidiane, dalla lavatrice imparata il primo giorno ai problemi affrontati senza correre subito a chiedere aiuto. «È un’esperienza che cambia anche i genitori, non solo i figli», aggiunge lui: i suoi, al ritorno, sono stati i primi ad accorgersi di quanto fosse diverso.
Il ritorno: la parte di cui nessuno parla
C’è un aspetto di cui si parla poco, e che Carla affronta con grande onestà:
tornare è più difficile che partire.
«Nessuno ti dice quanto è difficile tornare. La prima settimana è stata durissima. So che ogni esperienza deve finire, ma ormai la mia famiglia ospitante è una famiglia vera: spero di tornare in Canada il prossimo anno.» — Carla
Per Carla quel desiderio ha già una forma concreta: le piacerebbe iscriversi all’università in Canada, a Vancouver. Sa però che è una strada molto costosa e, se non dovesse farcela, ha già un piano B — tornare comunque in Canada per un anno di volontariato, così da continuare a vivere lì e perfezionare l’inglese prima di proseguire gli studi.
Anche Alessandro sente forte quel legame — «Se ci fosse un volo tra un’ora, lo prenderei» — segno che l’esperienza gli è rimasta dentro davvero. Per questo, in famiglia, conviene prepararsi anche al rientro, con la stessa cura con cui si prepara la partenza.
I loro consigli
Se sei ancora indeciso
Carla non ha dubbi: «Buttatevi e fatelo, senza pensarci troppo: se ci pensi troppo, alla fine non parti. Cercate un’agenzia, chiedete informazioni — la possibilità di partire c’è quasi sempre». Alessandro aggiunge una nota di realismo: «È un’esperienza bellissima, ma serve la mentalità giusta. Le paure sono normali: vai là e stai tranquillo».
E ai tuoi genitori?
Se a essere indecisi sono loro, lascia parlare chi c’è già passato. «È normale essere incerti», riconosce Carla, «ma è un’esperienza che li farà crescere e diventare persone davvero mature». E Alessandro li rassicura: là non si è mai soli — ci sono la famiglia ospitante e i coordinatori locali, pronti ad aiutare in qualsiasi momento. «Lasciateli andare».
Chi parte per un semestre, come Carla, spesso torna con la voglia di ripartire per un anno intero. E chi vive un anno intero, come Alessandro, torna con una sola certezza: rifarebbe tutto, senza cambiare niente.
Vuoi vivere anche tu un’esperienza così?
Le storie di Carla e Alessandro nascono da una scelta fatta al momento giusto, con il supporto di MB Scambi Culturali in ogni fase: dalla scelta del programma e della destinazione al rapporto con la scuola italiana, fino all’assistenza durante il soggiorno. Che tu voglia partire per un semestre o per un anno scolastico all’estero, il primo passo è informarti — magari insieme ai tuoi genitori.








